Sul fronte della guerra siriana

Con gli Stati Uniti pronti ad attaccare la Siria, non si fa che parlare di come sarà quest’attacco e di quali obiettivi l’America sarà in grado di raggiungere, sempre che lo sia. Non si può trovare una risposta a queste domande senza aver guardato con attenzione alla situazione sul territorio siriano. Poiché pochi giornalisti stanno lavorando dentro il paese, la comprensione della guerra civile non è soltanto inadeguata, ma pericolosamente imprecisa. Leggendo i giornali o guardando i notiziari in tv si è portati a credere che un’opposizione un tempo pacifica e democratica sia stata trasformata negli ultimi due anni in una banda di violenti estremisti dominati da al Qaida. di Elizabeth O’Bagy
19 AGO 20
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Questo articolo è stato pubblicato il 31 agosto sul Wall Street Journal. La ripubblicazione sul Foglio è possibile grazie alla gentile concessione di MF/Milano Finanza
Con gli Stati Uniti pronti ad attaccare la Siria, non si fa che parlare di come sarà quest’attacco e di quali obiettivi l’America sarà in grado di raggiungere, sempre che lo sia. Non si può trovare una risposta a queste domande senza aver guardato con attenzione alla situazione sul territorio siriano.
Poiché pochi giornalisti stanno lavorando dentro il paese, la comprensione della guerra civile non è soltanto inadeguata, ma pericolosamente imprecisa. Leggendo i giornali o guardando i notiziari in tv si è portati a credere che un’opposizione un tempo pacifica e democratica sia stata trasformata negli ultimi due anni in una banda di violenti estremisti dominati da al Qaida, che le forze del presidente Bashar el Assad non solo abbiano la meglio in battaglia, ma siano anche l’unica cosa che tiene insieme il paese, e che gli interessi americani non risiedano in Siria – né con il regime né con i ribelli. Secondo molti politici americani la strategia migliore è quella di evitare coinvolgimenti. Come ha detto Sarah Palin: “Lasciamo che se la sbrighi Allah”.
Nell’ultimo anno, sono stata molte volte in Siria, ho viaggiato nelle province del nord, Latakia, Idlib, Aleppo. Ho passato centinaia di ore con i gruppi dell’opposizione siriana, dall’Esercito libero di Siria alla Brigata Ahrar al Sham. Tutti pensano che gli elementi più estremisti siano del tutto mescolati con i ribelli più moderati: non è così. Moderati ed estremisti cercano di affermarsi in territori distinti. Pure se queste aree sono spesso contigue, i checkpoint demarcano le diverse zone e chi le controlla. Nel mio ultimo viaggio, all’inizio di agosto, abbiamo attraversato liberamente le zone di Aleppo controllate dall’Esercito libero di Siria, seguendo strade che ci tenessero a distanza di sicurezza dai checkpoint contrassegnati dalla bandiera dello Stato islamico dell’Iraq.

Le priorità dei fondamentalisti
Al contrario di quanto raccontano i media, la guerra in Siria non è stata dichiarata prevalentemente da islamisti pericolosi e irriducibili di al Qaida. Gli jihadisti che fluiscono in Siria da paesi come l’Iraq o il Libano non s’accalcano certo sulle prime linee. Si adoperano piuttosto per consolidare il controllo nelle aree del nord occupate dai ribelli. Gruppi come Jabath al Nusra, affiliato ad al Qaida, sono sempre molto felici di prendersi i meriti dei successi sul campo, e sono rapidi nel raccontare le vittorie dell’opposizione sui social media. Per questo abbiamo avuto l’impressione che stiano guidando la lotta contro il governo siriano: ma non lo stanno facendo.
Questi gruppi sono più interessati a creare e guidare il loro emirato islamico nel nord della Siria che a battere Assad. Molti miliziani di Jabath al Nusra se ne sono andati nel bel mezzo delle operazioni dei ribelli a Homs, Hama e Idlib per dirigersi a Raqqa, quando è caduta nel marzo del 2013. Durante la famosa battaglia di Qusayr, a fine maggio, le unità di Jabath al Nusra erano platealmente assenti. A inizio giugno, i rinforzi dei ribelli si sono radunati per combattere nel nord di Homs, nella cittadina di Talbiseh, mentre i combattenti di Jabath al Nusra hanno preferito stare nelle aree liberate per riempire il vuoto lasciato dai soldati dell’Esercito libero siriano.
Le forze moderate dell’opposizione – un insieme di gruppi conosciuti come l’Esrercito libero siriano – continuano a guidare la lotta contro il regime di Damasco. Viaggiando assieme ad alcuni battaglioni di questo esercito, li ho visti difendere villaggi alawiti e cristiani dalle forze del governo e dai gruppi estremisti. Hanno dimostrato la volontà di sottostare alle autorità civili, lavorando a stretto contatto con le amministrazioni – i concili – locali. E si sono sforzati di garantire che la battaglia contro Assad apra la strada a una florida società civile. Un concilio locale che ho visitato, in una parte di Aleppo controllata dall’Esercito libero, organizzava forum settimanali nei quali i cittadini potevano parlare liberamente, e vedere le proprie preoccupazioni prese in considerazione dalle autorità locali.
I gruppi moderati rappresentano la maggioranza delle forze di combattimento, e sono appena stati galvanizzati dall’arrivo di armi e soldi da parte dell’Arabia Saudita e di altri alleati, come Francia e Giordania. Questo è particolarmente vero nel sud, dove le armi fornite dai sauditi hanno fatto una differenza significatica sul campo, e hanno contribuito a dare forza ad alcune avanzate strategiche dei ribelli nell’area di Damasco.
Grazie alla separazione geografica dalle roccaforti degli estremisti e alle reti di sostegno nel sud, anche le armi obsolete mandate dai sauditi – come lanciarazzi croati e fucili – hanno permesso ai ribelli moderati di mettere a punto incursioni in aree che prima erano state difese facilmente dal regime, e di sostenere la pressione delle forze di Assad nella capitale. Negli ultimi mesi, l’opposizione ha ottenuto grandi vittorie ad Aleppo, Idlib, Deraa e Damasco – ha quasi raggiunto il cuore della capitale – nonostante il consolidamento delle forze del regime nella provincia di Homs.

Servono armi sofisticate
A questo punto del conflitto, fatta salva una campagna da parte degli Stati Uniti, armi sofisticate, come sistemi anticarro e antiaerei, rappresentano la migliore chance per l’opposizione di mantenere l’offensiva contro Assad. Queste armi possono essere offerte soltanto da stati stranieri, non dagli jihadisti. Fonti saudite che stanno fornendo ai ribelli un sostegno fondamentale mi hanno detto che non hanno ancora inviato armi efficaci perché gli Stati Uniti hanno esplicitamente chiesto di non farlo.
Non si può negare che gruppi come Jabath al Nusra e lo Stato islamico dell’Iraq e al Sham si siano affermati nel nord della Siria e abbiano iniziato a dominare le autorità locali, imponendo anche la legge della sharia. Questi sviluppi sono il risultato del fatto che gli affiliati di al Qaida hanno risorse migliori più che un indicatore del sostegno locale. Soltanto quando sono stati distribuiti aiuti umanitari, s’è ottenuto il sostegno della popolazione locale.
Ma i siriani si sono ribellati alle misure più dure imposte da alcuni di questi gruppi estremisti. Quando all’inizio di agosto sono stata nel nord della Siria, ho visto con i miei occhi proteste quasi quotidiane di migliaia di cittadini contro lo Stato islamico dell’Iraq e al Sham nell’area di Aleppo.

Un’azione dimostrativa è pericolosa
Che cosa significa questo per gli Stati Uniti ora che la Casa Bianca sta prendendo in considerazione un possibile strike? L’Amministrazione Obama ha sottolineato che il regime change non è un obiettivo. Ma misure punitive fatte soltanto per inviare un messaggio potrebbero fare più male che bene. Se il governo siriano non è colpito in modo significativo, uno strike americano potrebbe davvero rafforzare Assad e illuminare la debolezza degli Stati Uniti, aprendo la strada ad altre atrocità.
Invece ogni azione americana dovrebbe essere parte di una strategia più ampia e complessiva in coordinamento con gli alleati che abbia come obiettivo ultimo la distruzione delle capacità militari di Assad rafforzando al contempo l’opposizione moderata con un sostegno robusto, che comprenda armi anticarro e antiaeree. Allo stesso tempo sono indispensabili sforzi diplomatici e politici per creare una coalizione internazionale che metta sotto pressione Assad e i suoi sostenitori, e che incoraggi un dialogo intrasiriano. Con una strategia di questo tipo, si potrebbero alleviare le preoccupazioni di alleati-chiave, come il Regno Unito, e garantire un sostegno internazionale più grande per l’azione americana.
Gli Stati Uniti devono prendere una decisione. Possono affrontare il problema ora, quando ancora ci sono forze moderate con interessi in comune con gli Stati Uniti, o aspettare che il conflitto travolga tutta la regione. L’Iran e i suoi alleati saranno così più forti, e lo stesso accadrà per al Qaida. Nessuna di queste ipotesi è utile agli interessi strategici dell’America.

di Elizabeth O’Bagy (Syria Team Lead all’Institute for the Study of War, si occupa di politica e sicurezza siriana. Ha viaggiato spesso e a lungo nella regione, fornendo poi approfondimenti importanti sull’opposizione al regime siriano)